Mi sono sempre tenuto al di fuori di un argomento che è indiscutibilmente causa delle maggiori angustie del Popolo Torinista: il Filadelfia o, se preferite, il Fila, tempio granata oggi ridotto ad una discarica a cielo aperto.
In realtà il vero nome dello stadio è proprio “Campo Torino”, ed il soprannome utilizzato deriva dalla via su cui si affaccia ancor oggi il portone d’ingresso della struttura, dal quale si accedeva al piazzale fronte-tribuna, all’ingresso degli spogliatoi, al campetto laterale d’allenamento, quello per intenderci riservato alle giovanili.
Oggi, periodicamente rinfocolate e sempre annientate dai fatti, viviamo d’illusioni legate ad una ricostruzione di ciò che fu, non identico naturalmente, ma di un qualcosa che ne continui il nome e che almeno permetta di rivedere la prima squadra allenarsi, l’allestimento della Sede Societaria ed il trasferimento del Museo Storico che solo la grande sensibilità di amministratori non cittadini ha permesso di mantenere in vita nello splendido scenario di Villa Claretta.
Dicevo che mai ho parlato del Fila, un po’ perché la confusione sull’argomento regna sovrana e le uniche certezze paiono la mancanza assoluta della volontà di ricostruire, molto perché il Fila mi causa da anni un senso d’angoscia che solo un tifoso granata che lo ha a lungo frequentato può avere e capire.
Ormai anche le pietre sanno di come la mia prima volta del Toro sia stata proprio al Fila, nel ’62, prima giornata di campionato, e l’aver visto il Tempio integro, vivo, é per me motivo di grandissimo orgoglio almeno quanto é il senso d’angoscia che mi assale ogni volta che ne sento parlare.
Come posso dimenticare le volte che ho varcato quel cancello, salito le gradinate o la scala che portava alla tribuna, c’era la partita o l’allenamento dei grandi e (magari di seguito) la partita della Primavera; ho iniziato a farlo dando la mano a mio papà ed ho continuato fino a diventare adulto, vedendo la decadenza avanzare, aumentare le parti cui non si poteva accedere, fino a quando ......
Inutile ricordare le date, salvo quella che ritengo abbia segnato la fine del “TORO”, almeno per come lo intendo io: il 1979, anno in cui la squadra si é trasferita ad Orbassano ed il Fila, lasciato alle giovanili, ha iniziato a morire davvero.
Non ci si aspetti da me qualche notizia, non ne ho così come non ho speranze, troppi gli interlocutori, troppe le parole e troppo pochi i fatti succedutisi in trent’anni; non conto neppure più i progetti presentati, le promesse mai mantenute, le adulazioni di cui siamo vissuti ogni volta che ci si approssimava ad elezioni o ad eventi che potevano voler dire rinascita; solo mi chiedo il perché di tutto questo, del perpetrare una cattiveria che non ha motivo d’essere e di esistere nei nostri confronti.
Tranquilli, tra poco ci saranno le elezioni comunali e volete che i contendenti tutti, anche coloro che non riceveranno neppure un misero voto, non spendano una parola, una promessa sul Fila? Magari saranno gli stessi o dello stesso colore che negli ultimi tempi si sono seduti intorno ad un tavolo più affollato (ed inutile) di un tram nell’ora di punta, a raccontarci un sacco di vuote parole, a scoprire tutti insieme che ad ogni riunione saltava fuori un pezzetto nuovo ad impedire oggi una cosa e domani un’altra; amministratori che se davvero sono ogni volta sorpresi dal succedersi degli eventi bisognerebbe cambiassero immediatamente mestiere.
Non accuso chi con buoni intenti ha creduto a questa pletora di parolai sedendosi allo stesso tavolo, no, anzi, molti sono solo da ringraziare se non da elogiare per averci almeno provato, senza fine alcuno che il vedere, il rivedere, il Fila rivivere, il cercare di cambiare l’andamento di eventi che paiono scientemente ed inesorabilmente già segnati.
C’é chi giorni fa ha scritto uno splendido articolo sul nulla che oggi accompagna lo sport cittadino al di fuori di un “certo” calcio; é stato fatto sparire tutto: basket, pallavolo, rugby e ogni altra realtà che potesse fare ombra, quasi che chi popolava il Palasport, il Motovelodromo o la Piscina Comunale non dovesse avere che una sola possibilità, null’altra alternativa che il tifare per una maglia senza colori (sfido chiunque a dimostrarsi il contrario, e basta guardare un’arcobaleno per capire che i colori VERI sono altri).
Non so cosa ci riserva il futuro, anche se proprio non riesco a vedere uno spiraglio di luce che almeno continui a darci speranza; da anni non varco il portone del Fila, se posso quando sono da quelle parti cerco una via alternativa al passare davanti a ciò che ne resta, perché quando capita ho un vuoto allo stomaco difficile da gestire, persino difficile da capire anche per chi, come me, ne ha viste di tutti i colori, anche se il colore é sempre stato uno solo, il GRANATA.
Maurizio Vigliani