Nostro Capitano (A Giorgio Ferrini)
Nell’ora in cui anche
La neve cede al biancospino
Su prati velati
Di ciclamini riflessi
Rivedo l’arduo tuo incedere
Che maestoso scolpiva e
Ammaliava le menti.
E tu, o mio Capitano,
Tu tacevi e marciavi
Per dire sì alla Fatica
Marciavi impavido
Con l’Anima in spalle
Ed il Cuore dinnanzi
E noi tutti a seguirti
Imitando il tuo Fervore
Ascoltando i tuoi sguardi.
Ed ora che anche di là a San Giusto
Anche l’ultima tua dolce compagna
Ti fa eco e vibrano i cipressi
Fremendo al fruscio della Bora dolce
Ora siamo impavidi e languidi
E come allora con Te davanti
Al tuo Coraggio diremo sì
Al tuo Ardore diremo sì
Alla tua Fatica diremo ancora sì…
Sicuramente non sono la persona più adatta a parlare di Lui come calciatore o quant’altro poiché – data la mia età (ne porto 41 di primavere…) – non l’ho visto veramente giocare, nel senso che ero piccolo quando nel lontano 1975 giocò a Cagliari l’ultima delle sue 566 partite con la nostra maglia color sangue vero. Ed allora – si chiederanno in molti di voi/noi – perché proprio io ho scritto queste poche umilissime righe? Perché proprio io son qui a cercare di parlare di Ferrini?
La risposta che personalmente mi sono dato, anzi le risposte varie conducono sempre alla stessa fonte e radice dell’essenza dell’ “essere del Toro”: noi (intesi come “simpatizzanti” del Toro) siamo unici (nel bene e nel male…) per senso di appartenenza, per senso storico, per attaccamento ai nostri colori e la nostra Storia in sé è unica e per questo quando un Grande come Giorgio entra a far parte della nostra Storia rimane indelebile in ognuno di noi…
Mi spiego meglio. O per lo meno, cercherò di spiegarmi meglio.
E’ vero, Ferrini l’ho visto appena in poche immagini in bianco e nero, ma vi posso giurare che per me in quegli anni vedere quest’uomo stagliarsi da Capitano combattente là in mezzo al campo, uscire da ogni takle quasi sempre vincitore e non mollare mai neanche quando tutto e tutti sono contro: tutto questo è stato da subito vissuto come una “FOLGORAZIONE” Granata! E’ stato veramente il mio Padrino Granata nel senso che in Lui ho inizialmente visto il barlume di Luce Granata che poi è diventata nel tempo e col tempo idea di quello che vuol dire essere del Toro.
Il veder quest’uomo biondo, forte, uscire sempre da ogni tackle vincitore (o quasi sempre…), il vederlo guidare, incitare e spronare i compagni nei momenti di difficoltà, il vederlo in immagini da repertorio alzare le due Coppe Italia vinte, così come sorreggere con altri compagni la bara dell’amico Gigi…: tutto questo mi ha fatto capire da subito la vera essenza del Toro.
Credo che Giorgio (mi perdoni se mi permetto di chiamarlo per nome…) più di ogni altro grande che ha vestito questa maglia rappresenti l’essenza del Toro per senso di sacrificio, per dignità sportiva, per amore viscerale per questa maglia (basti dire che nei suoi anni migliori a rileggere la sua storia preferì restare con noi anziché passare all’Inter di Moratti Senior, Herrera, Mazzola ecc).
Sicuramente quelli vissuti da Giorgio erano altri tempi (non vivevamo ancora il tempo del calcio business, dei diritti televisivi o quant’altro), c’erano ancora i calciatori bandiera e credo che Giorgio ha rappresentato da sempre la nostra bandiera e basta leggere interviste o interventi di suoi ex compagni per capire come fosse rispettato fuori e dentro lo spogliatoio da compagni ed avversari.
Ripeto non mi voglio addentrare in discorsi tecnici o quant’altro, ma semplicemente vorrei in quest’occasione che mi è concessa rendere onore anche al fatto che – probabilmente a causa di quella “dannata” partita in Cile nel 1962 e relativa espulsione del nostro Giorgio – lui fu spesso additato come “scarpone” o burbero, cosa che a veder bene le immagini di come trattava il pallone non sembrava poi tanto corrispondere al vero…
Di scarponi ne abbiamo visti tanti anche con la nostra maglia, ma di certo Giorgio non lo era.
Concludendo vorrei tornare alle mie considerazioni iniziali sulla nostra “unicità” e vorrei fare una breve considerazione sulla chiusura della mia poesia.
Come noterete si tratta di una chiusura con tre sì piuttosto importanti… In genere ci si trova a dire tre volte sì davanti ad un altare e non vorrei sembrare blasfemo a qualcuno, ma in un certo senso è proprio anche qui che sta l’essenza del nostro senso di appartenenza. Nel senso che quando, come nel mio caso con Ferrini (e poi altri via via…), si rimane segnati e folgorati dai nostri colori granata, è praticamente impossibile ed impensabile poi non mantenere questa Fede nel corso della propria vita.
In sostanza al di là degli uomini (od ometti..) che si sono susseguiti con i nostri colori (dentro e fuori dal campo, su scrivanie o su panchine), al di là dei risultati, dei pali delle traverse, delle sedie alzate o delle retrocessioni e/o resurrezioni (sportive s’intende), questa nostra Fede, questo senso di appartenenza ad un’Idea rimane indissolubile e ci rende realmente unici. Gli incontri fatti durante tutti questi anni in tutta Italia con amici ed amiche che hanno la stessa mia “malattia” non fa che confermare questa mia affermazione.
Luca Gualandris