Va bene, non li chiamiamo più "giacchette nere" perchè, da ormai diversi anni, le loro divise sono di diverse declinazioni cromatiche.
Il guaio è che pure loro ne fanno davvero di tutti i colori. Stiamo ovviamente parlando degli arbitri, una categoria tradizionalmente a rischio e tradizionalmente soggetta alle critiche e ai mugugni dei tifosi.
Se la bufera "calciopoli" ha spazzato via strani intrallazzi e logiche che poco avevano a che fare con le regole del gioco,non possiamo certo dire che il problema arbitrale sia alle spalle.
La cosa più importante è che oggi si parla di errori, gravi errori, ma non di malafede come invece un tempo si lasciava intuire.
Tuttavia la situazione non è certo rosea e anche in quest'ultimo week-end di calcio i fischietti sono spesso suonati in modo stonato.
Rigori non dati per falli abbastanza evidenti e specularmente penalty generosamente concessi per giocatori che si tuffano in area, come colpiti da un cecchino.
Situazioni di fuorigioco che rimangono misteriosamente in bilico tra attivo, passivo, ininfluente o inesistente. E chissà quanti altri pasticci e indecisioni.
Si dirà il calcio è bello anche per questo. Si dirà che gli arbitri sono giovani e inesperti e che bisogna farli maturare piano piano.
Si dirà che Collina, un nome una garanzia, deve anche lui fare esperienza nel suo nuovo ruolo dirigenziale. Tutto vero. Però occhio a non cadere di nuovo nella famigerata "sudditanza psicologica", un dato spesso fisiologico, ma non per questo accettabile.
E poi come si criticano i giocatori per spronarli a fare meglio, allora sia così anche con gli arbitri, senza i toni duri di certi presidenti, ma con la fermezza di chi sa che i primi a dover giocare bene sono proprio loro.
Marco Gervino